Start up: L'Italia è pronta?

Noi tutti siamo convinti che ci siano dei retaggi culturali molto forti, che ci impediscono oggi di pensare a nuove soluzioni possibili per superare la crisi del lavoro, provenienti da un recente passato in cui le opportunità di scelta professionale erano notevolmente inferiori rispetto a quelle attuali.

Tra le più vecchie e radicate convinzioni c’è quella che un impiego è più sicuro di un lavoro autonomo e che per intraprendere un’attività servano un’idea sicura e tanti soldi. In concreto pensiamo che non si possa iniziare a sviluppare un’idea se prima non sappiamo esattamente dove ci porterà, se non abbiamo un business plan rigorosamente scandito.

Questi concetti sono non solo superati, ma addirittura ribaltati, nell’era delle start up.

‘Start up’ è ormai uno di quei termini entrato nel nostro linguaggio,  start up significa letteralmente “avvio” e rappresenta oggi un vero e proprio movimento che parte dal basso. Quello degli startupper, che non cercano un lavoro, ma lo creano, lo inventano, lo progettano, mettendo in gioco tempo ed energie personali per fare della propria abilità, del proprio know how o di un’idea originale il proprio lavoro.

La start up infatti non è un’azienda già strutturata ma un’organizzazione temporanea che è ancora alla ricerca di un modello di business, necessario per far diventare l’idea un prodotto o servizio che funzioni sul mercato. Superare la logica del posto fisso o del tradizionale modello imprenditoriale è davvero possibile in Italia? Cosa succede nel nostro Paese, oltre alla migrazione, seguita dal successo oltreoceano, delle start up made in Italy?

Nel Decreto Legge su “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” sono finalmente disciplinate le ‘start up innovative’, individuate per avere come oggetto sociale esclusivo lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico

Sono disciplinate anche le start up a vocazione sociale, per i settori educazione istruzione e formazione, tutela dell’ambiente, valorizzazione del patrimonio culturale, turismo sociale, formazione universitaria e post-universitaria, servizi culturali. Sono previsti incentivi e finanziamenti, non solo per i soci, ma anche per chi decide di investire in una start up.

Un primo passo e un segnale incoraggiante, ma sono ancora molti i paletti per essere accreditati come start up e accedere alle agevolazioni e ai finanziamenti statali, come il sostenere spese in ricerca e sviluppo o essere titolare o licenziatari di almeno una privativa industriale relativa a un’invenzione afferente all’oggetto sociale e all’attività d’impresa.

Inoltre, in Italia manca il gap culturale e imprenditoriale che hanno gli altri paesi europei e vige la paura del fallimento, per questo motivo bisognerebbe colmare questo deficit di cultura imprenditoriale ai più giovani.

Insomma, si sente ancora odore di impresa tradizionale, quella delle piccole e medie imprese, forse non sono poste le giuste basi per una Silicon Valley italiana. Si spera che le ultime misure normative non siano che il primo passo verso l’innovazione non solo tecnologica, ma anche sociale e culturale del nostro Paese.

Articolo redatto da PRime-Italy, Associazione di Comunicazione e Organizzazione Eventi formata da studenti universitari di Torino.

http://prime-italy.org/blog/

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